matteobra Oggi IPv6 è un arnese che è vecchio (come architettura) come IPv4 ma è meno diffuso, quindi con inerenti problematiche di sicurezza (sia per inesperienza dell'uso, sia per l'implementazione su tante piattaforme rispetto ad IPv4)
Non condivido. Mi si perdoni l'off topic.
IPv6 NON è meno sicuro di IPv4.
La stortura è ritenere che il NAT sia un firewall e quindi ritenere che il secondo non sia necessario.
Si ottiene la stessa protezione che offre il NAT inserendo nel router una regola di DROP verso gli indirizzi interni (anche se pubblici) della rete. Ad esempio, con OpenWRT, abilitando una connessione IPv6 (ad esempio quella di Hurricane Electric) nella configurazione standard, non è possibile accedere ai dispositivi interni (tranne che con il protocollo ICMPv6 che è necessario per standard, ma volendo si può rimovere anche questo).
Il procedimento non sarà più "apro la porta X verso l'IP privato Y", ma "permetto che il traffico destinato all'IP Y (pubblico) sulla porta X possa passare". Serve un vero firewall e non un NAT che come effetto collaterale fa da firewall.
Inoltre, IPSEC è integrato in IPv6, mentre non lo è in IPv4 (https://www.redhat.com/sysadmin/ipv6-packets-and-ipsec). Questo garantisce autenticità dei pacchetti e dal momento che l'header ha dimensione fissa, una maggiore possibilità di ottimizzazione a livello di velocità (https://www.networkworld.com/article/3401521/ipv6-upsides-faster-connections-richer-data.html). A tal proposito, l'operazione di NAT è molto esosa per i dispositivi, perché vuol dire riscrivere il campo sorgente, quando un pacchetto va dalla rete privata alla pubblica, e destinazione quando dalla WAN si torna alla LAN. Questo significa anche dover ricalcolare il checksum e mantenere la tabella di NAT (con tutte le traslazioni delle porte), che nei router occupa memoria.
Un router senza NAT è più veloce, non ci sono santi, perché l'unica tabella che deve tenere in memoria è quella di routing, che è molto più piccola.
Inoltre, il NAT non rispetta il principio dell'end-to-end visto che avviene una riscrittura di indirizzi e porte e questo ha portato a rompere numerosi protocolli e a richiedere modifiche per farli funzionare.
Anche concettualmente, quindi, è una soluzione "sbagliata". Poi io, PERSONALMENTE (a differenza di altri che ritengono il NAT un obbrobrio), sono molto colpito dai meccanismi alla base del NAT e lo ritengo un'ottima patch a un problema reale; inoltre, lo stesso ha anche tante applicazioni utili (ad esempio le macchine virtuali, i container docker, ecc), ma è sbagliato pensare che sia la soluzione definitiva all'IPv4 exhaustion. È solo un workaround temporaneo che deve andare in pensione.
Certamente, c'è molta meno esperienza nella configurazione di IPv6, quindi può essere più semplice commettere errori da inesperti. Ma questo non significa che il protocollo è meno sicuro, ma solo che bisogna studiare ed imparare. La maggior parte dei dispositivi, comunque, è perfettamente compatibile con IPv6 (sicuramente tutti i computer e gli smartphone, per i router, se non lo sono è perché sono - a livello software - obsoleti e potrebbero avere altri problemi di sicurezza - il famoso TpLink WR841N, ad esempio, non supporta IPv6 con il S.O. originale, ma non viene aggiornato da anni e quindi può soffrire anche di altri problemi, come KRACK per il WiFi).
La motivazione per cui non è mai stato diffuso dagli ISP è proprio il fatto che formare tecnici in grado di fornire assistenza ha un costo elevato e non è sostenuto da guadagni sufficientemente rilevanti da giustificare la spesa (considerando che l'utente medio non sa neanche cosa è un indirizzo IPv4 o un indirizzo IPv6). Ma questo non significa che non sia necessario superare IPv4.
Se si vuole l'Internet delle Cose, IPv4 è obsoleto; IPv6 è l'unica opzione possibile per mantenere semplice la struttura di base.