rgiorgiotech
È vero: se un piccolo ISP ha investito risorse proprie per portare la FTTH in un paese, nessuno può obbligarlo a concedere la propria rete in wholesale.
Ma qui non si discute del diritto, legittimo, dell’imprenditore, bensì del diritto dei cittadini di poter scegliere liberamente il proprio operatore e accedere a condizioni eque di connettività, come accade nel resto d’Italia, così come per il "modem libero".
Il punto è che, in molti casi, questi piccoli ISP sono intervenuti in aree già pianificate per la copertura pubblica o di co-investimento (OF o FC). Essendo arrivati per primi, hanno impedito l’arrivo di reti aperte che avrebbero garantito pluralità di offerta.
Così, di fatto, hanno creato un monopolio locale: formalmente legittimo, ma sostanzialmente contrario al principio di neutralità della rete.
Per dare un’idea: le strade vengono realizzate pensando all’interesse pubblico, non a quello di un singolo costruttore.
Allo stesso modo, le reti di telecomunicazioni dovrebbero essere infrastrutture di interesse pubblico, garantendo accesso e concorrenza ai cittadini, e non limitate a servire esclusivamente gli interessi di un singolo ISP privato che le ha realizzate opportunisticamente per primo.
Il problema non è che l’ISP guadagni dal suo investimento, è giusto che lo faccia, ma che, per tutelare quel guadagno, si limiti la concorrenza e la libertà di scelta dei cittadini, che si ritrovano con un solo fornitore possibile.
Inoltre, se quello stesso ISP accede in wholesale alle reti di Open Fiber o FiberCop dove non ha infrastruttura propria, allora sarebbe logico, e coerente, adottare lo stesso principio di reciprocità e aprire la propria rete agli altri.
Una rete aperta non toglie valore a chi l’ha costruita, anzi, lo moltiplica, perché diventa infrastruttura condivisa e utile al territorio.